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Introduzione
Negli anni Trenta del secolo scorso, Konrad Lorenz scoprì che i piccoli soggetti a cure parentali si legano ai genitori attraverso l’imprinting e che l’insistenza con cui riguadagnano la distanza da essi, ove si trovino a essere separati, è dovuta all’obbligo di avere salva la vita rispetto ai predatori che attentano alla loro vita.
John Bowlby, trent’anni dopo, estese il concetto ai bambini, chiamando comportamento di attaccamento la tendenza di questi a legarsi e a disperarsi se separati dalle madri e affermò che alcune patologie adulte dipendono dal cattivo esito dell’attaccamento infantile: madri sfuggenti creano figli insicuri.
Alice Miller, negli anni Ottanta, mise in luce che gli adulti della specie umana trattano con freddezza o crudeltà i propri figli in conseguenza del modo in cui essi stessi furono cresciuti e che l’intero ventaglio della patologia psichica, come della delinquenza mondiale, dipende dalla trasmissione transgenerazionale di questi atti ostili inconsci.
La teoria del deficit parentale mette insieme i pezzi, aggiungendo una motivazione darwinistica: gli esseri umani espongono la prole a stress psichico per costituire gruppi coesi e combattivi attraverso le risposte di dipendenza e aggressività attivate dal deficit affettivo. A livello oggettivo questo ha reso l’uomo vincente su ogni altra specie animale e alcuni gruppi umani dominanti sugli altri. A livello soggettivo ha creato la nevrosi, intesa come conflitto fra motivazioni in contrasto, prima fra tutte quella di ricercare rassicurazione presso lo stesso soggetto che ha ingenerato l’allarme.
Ricordando Alice Miller
Convegno "Ricordando Alice Miller", Domenica 18 marzo 2012, Casa Bonus Pastor, via Aurelia 208 Roma
Videointervista al Professor Andrea Vitale
Il 14 Aprile 2010 muore ALICE MILLER, psicoanalista controtendenza, che dedicò la sua vita e il suo lavoro all’infanzia, sottolineando come i maltrattamenti fisici, psicologici, sessuali sui bambini creino danni devastanti che l’individuo porterà sempre dentro di sé. Il suo grande contributo alla clinica è dato dal suo essere un “Testimone Consapevole” , uno Psicoterapeuta che senza riserve si schiera con il paziente nella ricerca del suo “Vero Sé”.
La Teoria del Deficit Parentale
Per deficit parentale si intendono sia la riduzione del segnale sociale inviato da un genitore a un bambino che lo attende per via innata, sia l’emissione di un segnale non sociale, dunque di minaccia, non atteso dal bambino. Segnale atteso ridotto e segnale d’allarme inatteso possono essere in quota al comportamento ottico (non guardare, guardare senza mimica affettiva, essere assenti, guardare con mimica di condanna), acustico (parlare con tono non affettivo, non parlare, parlare in modo aggressivo), tattile (tenere in braccio con tono muscolare non rilassato, non tenere in braccio, strattonare o percuotere), cinesico (non muoversi con movimenti calmi e regolari, avere una rigidità posturale, muoversi in modo brusco e irregolare). La teoria del deficit parentale si fonda sul perfezionamento di definizione di alcuni fatti pertinenti il campo della psicologia e sulla loro interpretazione in termini darwinistici. Il primo “fatto” riguarda la modalità di attaccamento del bambino alla madre. Da oltre quarant’anni la teoria di Bowlby – che pure è stata e continua a essere tenuta in scarsa considerazione da ampi settori della psicologia tradizionale – ha dimostrato che la nevrosi adulta dipende dalla modalità di attaccamento infantile: l’ansia di separazione è la conseguenza di un modello di accudimento difettoso. Il perfezionamento di definizione concerne il concetto di separazione: nei termini bowlbiani si tratta di una separazione fisica (caduta completa di tutti i segnali sensoriali). Nei termini del deficit parentale si tratta di una caduta parziale di uno o più dei canali sensoriali principali.
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